Fibromialgia: invito alla guarigione

Cronaca di un viaggio di Simona Filipello

Foto di Simona Filipello

Parto quasi dal finale…Ora so che nulla avviene per caso, e che siamo noi a creare, con i nostri pensieri, ciò che ci accade. Che, in fondo, le malattie ce le “scegliamo”. So che ogni malattia è anche un’opportunità di crescita. Alcune ti aiutano a fare un salto evolutivo, se impari a chiederti cosa ti stanno insegnando, e non solo perché sono capitate proprio a te. Ora so che l’importante è cercare l’opportunità dentro ogni problema. Anche se è dannatamente difficile (per me, lo è di sicuro), ma oggi posso dire che la fibromialgia è stata occasione di trasformazione.
nebbia montagna 

La mia storia inizia nel 2019: prima ero piena di energie, lavoravo tanto, facevo sport, mi sentivo forte. Poi, arrivano mal di stomaco e forti gastroenteriti, e, nell’arco di alcuni mesi, anche bruciori, parestesie, dolori diffusi, miochimie, ansia, insonnia, il cervello che non si spegne mai. Non mi riconosco più. Giro tra specialisti, risonanze, analisi, ma nessuno trova la causa. Dimagrisco molto, non dormo, non ho più forze, fatico persino a muovermi in casa. I dolori sono ormai ovunque, e sempre più forti (solo i capelli non mi fanno male, ma il cuoio capelluto sì). Il mio medico di base mi dice di andare dallo psichiatra; il gastroenterologo mi consiglia l’agopuntura, presso il centro di terapia del dolore. In ospedale, invece di farmi agopuntura (“siamo in pieno covid, non la facciamo agopuntura ora, e poi per queste cose non serve…”), ricevo la diagnosi di fibromialgia. Mi dicono che è cronica, incurabile, e che nessuno ne è mai guarito. Che neppure i farmaci funzionano o, se funzionano, lo fanno per poco tempo e occorre cambiarli continuamente. Esco dalla visita distrutta. Anzi, usciamo distrutti: io e mio marito.
Quella notte i dolori diventano insopportabili, peggiori di sempre; non chiudo occhio, nonostante l’oppioide che mi ha dato il medico. Il giorno successivo è il mio compleanno: sono ormai l’ombra di me stessa, guardo la mia vita andata in frantumi e penso che, se davvero sarà sempre così, se nulla serve ad alleviare quei terribili dolori, non so come resistere; vivo vicina alla ferrovia e mi sorgono anche strani pensieri. Ho raggiunto il fondo.
Poi, mi accorgo di qualcosa: guarda caso, il dolore è stato così terribilmente forte proprio dopo che mi hanno detto che non sarei mai guarita. Mi sorgono flash di altre occasioni in cui i dolori sono stati particolarmente violenti, e – finalmente – intuisco che le emozioni c’entrano, eccome.

 

 

germogli Ecco che, proprio allora, la vita mi manda mio padre, che mi parla di uno psicologo che segue pazienti fibromialgici da vent’anni. Lo contatto subito. Mi spiega che la malattia è una sindrome da ipersensibilità centrale: il sistema nervoso va in tilt, a dire il vero va in tilt tutto il sistema psico-neuro-endocrino-immunologico, ma la radice è emotiva, legata a traumi pregressi non rielaborati. Non basta curare il corpo: serve un percorso profondo, che coinvolga anche l’inconscio. Certo, va sostenuto anche il corpo con attività fisica regolare (che all’inizio peggiora i sintomi), con qualcuno che ti segua per integratori e rimedi (possibilmente omeopatici e fitoterapici, dico io), e con un’alimentazione adeguata. Ma il perno del lavoro è quello emotivo; senza non se ne esce, per cui meglio non focalizzarsi solo sui sintomi fisici. In media servono due anni di ‘lavoro’ regolare, mi dice lo psicologo. E ci saranno molte ricadute. È duro, richiede fiducia, costanza, impegno e tempo, ma si può guarire. Inizio subito.

È stato un cammino lungo (due anni e mezzo), con molte ricadute e resistenze. Ho dovuto ascoltare il mio corpo urlante, che in realtà chiedeva di dare voce alla mia anima. Ho iniziato a guardarmi dentro, ad avere consapevolezza delle mie emozioni; ho affrontato le mie paure più grandi, i miei dolori più profondi, ho iniziato a rendermi conto dei quintali di rabbie che neppure sapevo di aver sepolto. Anni di dolori taciuti, di muta rassegnazione, di traumi, sensi di colpa: tutto era lì, in attesa di essere visto.
Più davo spazio alle mie emozioni, più rielaboravo e trasformavo, in un cataclisma interiore in cui buttavo giù muri per ricostruire con sguardo più ampio, più i dolori fisici si allentavano. Pian piano, ho messo dell’unguento sulle mie ferite, ho cercato di comprendere quali fossero i ‘doni’ degli avvenimenti dolorosi del mio passato e iniziato a guardare la vita con occhi nuovi: con gratitudine, oltre le apparenze…cercando lo yin nascosto dietro ogni yang.


fioreA maggio ero una larva piena di dolori insopportabili ovunque; a dicembre ho ricominciato a sciare.
Ho imparato a non considerare la malattia solo come un destino da combattere, di cui bisogna liberarsi in fretta, e che altri devono “guarire”, ma come un messaggio da comprendere. Ho capito per la prima volta che guarire diventa una nostra respons-abilità, l’abilità di cambiare punto di vista, di guardare al di là del sintomo fisico, e darsi delle risposte, ascoltandosi, e cercando di com-prendere i messaggi che anche il dolore ci porta. Così la fibromialgia, invece di condannarmi, mi ha portato a una nuova vita.
Ho ridotto il mio lavoro da tempo pieno a part time. Ho iniziato a meditare, a fare tai-chi, a leggere e studiare molti libri che mi aiutavano nel mio percorso di scoperta interiore; sono rinata nella curiosità, negli interessi, nell’energia, nella creatività, nella gratitudine per tutte quelle cose che si danno per scontate. Con Silvia, un’amica naturopata, guarita anni prima dalla fibromialgia e che mi ha aiutata nel viaggio, abbiamo scritto due libretti di foto e poesie, nati spontanei dallo scambio di immagini e pensieri, e che testimoniano simbolicamente il percorso compiuto. E, poi, ho iniziato anche lo shiatsu!
Sono certa che non ce l’avrei mai fatta senza l’aiuto e l’amore di chi mi è stato vicino e mi ha sostenuta, sopportata, consolata, spronata, e redarguita, con garbo ma determinazione, tutte le volte (molte) che era necessario farlo, per aiutarmi a uscire dal vittimismo. Mio marito, prima di tutto, la mia famiglia, gli amici più cari, e i due “angeli” mandatimi dalla vita: lo psicologo (Alessandro Mahony) e l’amica Silvia Cacciatore. Ma anche tutti coloro che mi hanno contrastata e messa alla prova.
Una volta conoscevo solo l’allopatia, quello era per me l’unico modo di curarsi: con le medicine. Ora, se ho un dolore, possibilmente non lo soffoco subito con pillole; attendo che mi parli. Se qualcosa o qualcuno mi infastidisce, cerco di vedere quale nervo scoperto mi tocca, e in cosa posso migliorare io, se desidero che le cose attorno a me cambino. Cerco di riconoscere le mie rabbie, accettarle (cosa difficilissima, per me, perché mi infastidisco spesso e sono cresciuta pensando che arrabbiarsi sia sbagliato), di accettare le mie mille fragilità e paure, ma anche, poi, di andare oltre, di avere fiducia, guardandomi indietro e vedendo quello che ho comunque superato.
La fibromialgia è sparita del tutto, perché non mi serviva più. Certo, resto ipersensibile. Certo, devo ripassare bene alcune lezioni, perché come tutti tendo a scordarle, e nell’ultimo anno, da quando sono entrata in menopausa, soffro spesso di cistiti, che mi parlano di vecchi conflitti non risolti, di paura del nuovo che arriva, di difficoltà a lasciare il controllo. Mi parlano della mia tendenza a vedere, prima, sempre, il “bicchiere mezzo vuoto”, e chiudermi per difendermi.
Non sono migliore di altri, né più brava, anzi. So, tuttavia, che i sintomi sono messaggeri, che mi invitano ad ascoltarmi, ad accogliere l’esperienza e osservarla con uno sguardo più ampio, prendendone la parte nutriente, lasciando andare quello che non mi serve, e trasformandola in energia vitale.
E a scoprire che in fondo, anche nel dolore si nasconde un dono, di cui essere grati.

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